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Quei
sigari di Freud
di PAOLA LANCIA e
SILVIA PACELLA
Quando
il nipote di Sigmund Freud, Harry, rifiutò
l’offerta di un sigaro da parte dello zio, da
questi si sentì dire: “Ragazzo mio, fumare è una
delle più grandi e più economiche soddisfazioni della vita,
e se decidi di non fumare, non posso che essere dispiaciuto
per te (Freud: A Life for Our Time. Peter Gay, 1989, Anchor
Books/Doubleday.) Freud fumava venti sigari al giorno e
lo faceva anche mentre ascoltava i suoi pazienti, o prendeva
appunti. Raymond
De Saussure, uno psicoanalista che fu a sua volta analizzato
da Freud, ricordava che lo studio del Maestro era una stanza
piuttosto scura, che si apriva su un cortile. Il contatto
con lo psicoanalista si stabiliva attraverso la sua voce e
l’odore dei sigari, che fumava incessantemente. Il figlio
di Freud, Martin ricorda che la madre, nel preparare
il tavolo per i famosi incontri settimanali del mercoledì,
piazzava un posacenere davanti ad ogni sedia. Martin diceva
che, entrando nella stanza dove si era tenuta la conferenza,
la si trovava ‘così piena di fumo che sembrava
impossibile che un essere umano avesse potuto resistervi per
ore’.Gli incontri si tenevano intorno ad un grande
tavolo collocato nella sala d’attesa della stanza in cui
Freud riceveva i pazienti :la sua era una stana piena di
libri, che andavano dal pavimento al soffitto ed in essa si
potevano ammirare reperti dell’antica Grecia ed Egitto.La
moglie serviva caffé scuro e sigari agli ospiti, dopo di
che entrava Freud, il Maestro. L’atmosfera era ricca di
fumo, un elemento quasi inscindibile dalla prima
psicoanalisi. Sigmund aveva iniziato a fumare intorno ai
24 anni, seguendo le orme di suo padre, che fumò fino ai
suoi 81 anni. In questo comportamento paterno il giovane
pensava di trovare le radici del self control da lui
dimostrato, che pensava fosse utile anche per sé.Dopo il
pasto di mezzogiorno, consumato insieme alla sua famiglia,
Freud andava dal vicino tabaccaio (leggiamo nel suo diario
personale la dettagliata descrizione delle visite e degli
acquisti di sigari). Acquistare dei buoni sigari a quel
tempo non era cosa facile. Il governo austriaco infatti,
manteneva uno stretto controllo sull’industria del tabacco
e dunque le scelte che si potevano fare in quel tempo erano
piuttosto limitate. La sua passione era tuttavia il trabucco,
un piccolo sigaro, relativamente leggero, considerato il
migliore fra quelli prodotti dal monopolio austriaco del
tabacco. Se poteva, si permetteva i Don Pedros ed i Reina
Cubanas, che poteva acquistare nella città bavarese di
Berchtesgaden. Provò anche i Liliputanos olandesi. I
suoi pazienti, conoscendo la sua passione, gli regalavano
frequentemente scatole di sigari. Freud amava condividere il
fumo di sigari con le persone che aveva intorno. Ricorda
Hans Sachs, uno dei suoi primi seguaci, che Freud era
chiaramente irritato se alcuni uomini intorno a lui
rifiutavano di fumare. I sigari sembravano conferire alla
persona l’appartenenza simbolica ad una certa comunità e
permettevano la messa in atto di un rituale, anche di
iniziazione. Nei suoi trenta anni Freud cominciò ad avere
problemi di cuore, forse per ipersensibilità alla nicotina,
come gli disse l’amico e medico personale Fliess. Freud
rispose però che una persona poteva smettere di fare
qualcosa solo se era profondamente convinta della sua
tossicità, della sua pericolosità. E così, evidentemente,
non era. Oltre tutto fumare sembrava aiutarlo a vincere lo
stress ed a favorire la concentrazione. Insomma, era quello
che più di qualsiasi altra cosa gli piaceva fare nella vita.
Perfino dopo i 67 anni, quando gli fu diagnosticato un
cancro al palato, Freud non smise di fumare. Era una vera
dipendenza: il suo umore, la sua capacità di lavorare
dipendevano dai suoi sigari, ai quali non sapeva rinunciare.
Durante un breve periodo di astinenza, consigliatogli da
Fliess Freud gli scrisse una lettera in cui, dopo sette
settimane senza fumo, lo psicoanalista confidava all’amico
di sentirsi depresso, di stare malissimo, incapace di
lavorare, un uomo distrutto. Dopo aver ricominciato, sin dai
primi sigari, la capacità di lavorare tornò però come per
incanto. Freud racconta di essere tornato padrone della sua
mente e che era finita quella vita insopportabile.
Un’altra volta smise di fumare e scrisse a Ferenczi:
“Ieri ho fumato il mio ultimo sigaro e da allora mi sento
stanco e di cattivo umore… Poi un paziente mi ha regalato
cinquanta sigari, ne ho acceso uno e sono tornato allegro.
Anche l’infiammazione al palato è diminuita”. Freud
comprendeva certamente le ragioni della sua dipendenza: ne
parlò infatti come un un comportamento di ritiro dalla
masturbazione infantile. Ma non volle esaminare mai la
cosa direttamente, non volle mai parlare della psicologia di
questa dipendenza, se riferita al suo caso personale. Poco
prima della sua morte, Freud lasciò a suo fratello
Alexander la sua collezione di sigari: “un piacere
che tu potrai ancora permetterti, ma purtroppo non io”.
Fonte : Cigar Aficionado - lunedì 26 giugno
2006.
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